mercoledì 2 novembre 2016

I cattivi dentro e i buoni fuori?

Come volontari del carcere partiremo sabato 5 Novembre per partecipare al Giubileo dei carcerati. A volte ci sentiamo chiamare amici di ladri ed assassini, altre volte siamo lodati per il "coraggio" di entrare in certi ambienti.
Io penso solo che nelle carceri veramente si trovano gli ultimi degli ultimi, proprio perché ci sono persone che a volte hanno fatto cose che gli fanno dimenticare di essere persone, con una loro dignità, con una capacità di bene nonostante tutto.
Ultimi degli ultimi perché hanno tanti indici puntati contro di loro, perché se li "meritano", perché considerati la spazzatura dell'umanità, perché mettendoli in galera noi ci laviamo la coscienza e ci sentiamo buoni, quando invece non lo siamo per niente.
Basterebbe chiederci perché il mondo va così male? Se i cattivi sono tutti rinchiusi allora i buoni dovrebbero far girare bene la ruota della società! Eppure.... Non sarà che a volte non c'è tanta differenza tra chi vede il cielo a scacchi e chi  ha il potere in mano? Siamo sicuri che i disonesti sono dentro e gli onesti fuori? Che coloro che  corrompono il mondo sono quelli che rubano nella case ( cosa che non si fa, sia chiaro! ) e non chi sta tranquillamente seduto alla scrivania a fare delle semplici telefonate che però tolgono il lavoro a chi se lo merita e lo danno al raccomandato di turno?
Viviamo nell'ipocrisia e ci sta bene. Almeno però non facciamoci giudici senza pietà del nostro prossimo.

Vi riporto allora la preghiera degli ergastolani. Forse ci potrà aiutare a capire qualcosa di più:


"Dio, siamo i cattivi, i maledetti e i colpevoli per sempre: siamo gli ergastolani, quelli che devono vivere nel nulla e marcire in una cella per tutta la vita.
Dio, nelle carceri italiane ci sono uomini che sono solo ombre, che vedono scorrere il tempo senza di loro e che vivono aspettando di morire.
Dio, molti ergastolani, dopo tanti anni di carcere, camminano, respirano e sembrano vivi, ma in realtà sono già morti.
Dio, l’ergastolano non vive, pensa di sopravvivere e, in realtà, non fa neppure quello, perché l’ergastolo lo tiene solo in vita, ma non è vita.
Dio, nessun “umano” o “disumano” meriterebbe di vivere una punizione senza fine, tutti dovrebbero aver diritto di sapere quando finisce la propria pena.
Dio, nessun’altra specie vivente tiene un suo simile dentro una gabbia per tutta la vita; una pena che non finisce mai non ha nulla di umano e fa passare la voglia di vivere.
Dio, dillo tu agli “umani” che gli ergastolani non hanno paura della morte perché la loro vita non è poi così diversa dalla morte.
Dio, dillo tu agli “umani” che la pena dovrebbe essere buona e non cattiva, che dovrebbe risarcire e non vendicare.
Dio, dillo tu agli “umani” che una pena che ruba il futuro per sempre, leva anche il rimorso per qualsiasi male uno abbia commesso.
Dio, dillo tu agli “umani” che solo il perdono suscita nei cattivi il senso di colpa, mentre le punizioni crudeli e senza futuro fanno sentire innocenti anche i peggiori criminali.
Dio, dillo tu agli “umani” che dopo tanti anni di carcere non si punisce più la persona che ha commesso il crimine, ma si punisce un’altra persona che con quel crimine non c’entra più nulla.
Dio, come fa a rieducare una pena che non finisce mai? E poi che senso avrebbe morire in cella rieducati? Dio, pensiamo che a te importi più che si possa ritornare rieducati fra gli uomini, a portare buone parole, che un rieducato morto, che neanche tu forse sapresti cosa farne...
Dio, dillo tu agli “umani” che l’ergastolo è una vera e propria tortura, che umilia la vita e il suo creatore.
Dio, dillo tu agli “umani” che la miglior difesa contro l’odio è l’amore e la miglior vendetta è il perdono.
Dio, non so pregare, ma ti prego lo stesso: se proprio non puoi aiutarci, o se gli umani non ti danno retta, facci almeno morire presto."
( tratta da Agora vox http://www.agoravox.it/Giubileo-dei-Carcerati-6-novembre.html)

domenica 31 luglio 2016

Il gioco del male


XI DOMENICA DOPO PENTECOSTE - ANNO C

Detestate il male, attaccatevi al bene......benedite e non maledite....non rendete a nessuno male per male".

Leggiamo queste frasi nella seconda lettura di oggi ( Rm 12, 9-18).
Prima o poi credo che tutti facciamo l'esperienza del male che percuote la nostra vita, i nostri pensieri. A volte lo scopriamo tempestoso dentro di noi: si mostra in tutta la sua aggressività quando abbiamo subito un'ingiustizia, una calunnia. Si sveglia subito nel nostro cuore il desiderio di vendetta, di maledire coloro che ci hanno colpito. É il momento della lotta con se stessi nella quale impedirci, come dice l'apostolo, di maledire, di colpire a nostra volta. Non significa non difendersi ma resistere alla tentazione di cedere ad ogni forma di violenza, di cattiveria di ritorno che preme in noi per uscire in tutta la sua veemenza. In questo caso si tratta di resistere al male che scopriamo essere accovacciato alla porta nel nostro cuore, pronto ad entrarvi appena trova una minima apertura, una piccola accondiscendenza.
É una lotta che si vince solo nella preghiera e nella preghiera per chi ci ha fatto del male.

E poi c'è il male del mondo in cui siamo immersi, che ci appare inarrestabile e in continua rimonta sul bene. Ci spaventa, ci deprime. Ci stanca e ci disorienta. A prima vista è vincitore.
L'errore che spesso facciamo è crederlo invincibile quando invece spesso la sua forza sta nello spaventarci. Ci spaventa per farci scappare o arretrare. Si mostra più forte di quello che è realmente e noi gli crediamo. Eppure il male ha tanti punti di fragilità, non ha la solidità del bene.
“Attaccatevi al bene”, dice s. Paolo: mi piace il verbo “attaccatevi” . Sembra un invito ad incollarci al bene, come un adesivo, per sconfiggere il male. É più che cercare, stimare, volere il bene. É un legarci a doppio nodo ad esso diventando noi bene e benedizione, attraverso l'amore che aborrisce ogni pigrizia.

Parlando ai giovani nella veglia di ieri sera della Gmg il papa ha indicato loro il rischio del “divano” che diventa luogo di estraneamento dal mondo, dove rifugiarsi per giocare ai videogiochi, per dormire, per poltrire. Non è una droga, apparentemente non fa nulla di male un divano. Ma se usato non per riposarsi dalla stanchezza dell'aver lavorato bene e per il bene ma per impigrirci, allora diventa il nemico numero uno per il cristiano.
Perché la nostra fede questo ci chiede: “Non siate pigri nel fare il bene, siate invece ferventi nello spirito, servite il Signore. Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera....siate premurosi nell'ospitalità.....Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini”.

É molto più importante accendere una candela che maledire la luce”. (Confucio)

domenica 24 luglio 2016

Chi è interessato al futuro e al regno di Dio?


X DOMENICA DOPO PENTECOSTE – ANNO C


“Quanto è difficile per quelli che possiedono ricchezze entrare nel Regno di Dio” ( Lc 18, 24):
Ma la mia domanda è: chi è interessato ad entrare nel Regno di Dio o, meglio ancora, chi è interessato ad avere il Regno di Dio dentro il cuore in vita per poi entrarci in morte?
Nei primi secoli del cristianesimo la questione era molto sentita. Oggi la questione fondamentale pare essere invece: come salvarmi la vita, come renderla più comoda, come proteggerla?
E del poi a pochi interessa perché non hanno gustato nell'oggi il sapore della presenza di Dio in cuore e di conseguenza non la desiderano per il dopo.
S. Paolo scriveva ai romani: “Il regno di Dio infatti non è questione di cibo o di bevanda, ma è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo” (Rm 14, 17).
Se dunque volessimo dare un contenuto di significato all'espressione “Regno di Dio” potremmo dire che non lo conosciamo dalle cose ma da atteggiamenti interiori: giustizia, pace, gioia che sgorgano dall'opera dello Spirito santo e, come ci ricorda il vangelo di oggi, sono frutto di un lasciare perché si è trovato qualcosa che addirittura ci fa superare la tentazione del salvarci, del proteggerci, della vita comoda.
Giustizia, pace, gioia crescono in coloro nei quali si è compiuto questo passaggio e che di conseguenza assumono un modo di essere diverso, che interroga e chiama a conversione.
Quello che oggi è venuto a mancare è l'idea di futuro. I giovani spesso non lo vedono, non lo cercano, non lo pensano.
L'unico modo per vivere e sopravvivere è caricare il presente di emozioni, sensazioni, cose.
Per loro, come per molti adulti, la domanda sul Regno di Dio in cui entrare diventa allora ancora di più senza senso.
Forse non annusano là dove vivono la presenza di uomini e donne che profumano di giustizia, pace e gioia, che sanno guardare oltre, che parlano di futuro in positivo, che chiamano il futuro anche Dio.

domenica 10 luglio 2016

Capolavori di umanità


É già passato qualche giorno, il caldo ha iniziato ha farsi sentire e le vacanze per molti si avvicinano.
Della strage di Dacca si parla meno o forse non più.
Penso però sia giusto ricordare, dopo l'esplosione di notizie e commenti sulla strage, il gesto di Faaraz Hossain, mussulmano, presente con alcune sue amiche nel locale. Lui il corano lo sapeva, lui era stato lasciato libero di andarsene dai terroristi. Lui ha chiesto di poter andare via con le amiche con cui si trovava. E davanti alla risposta negativa lui ha scelto di rimanere e morire con loro.
Mi è subito venuta in mente la figura di Mosè che, nonostante Dio gli avesse proposto di prendere le distanze dal suo popolo ribelle, assicurandogli la sua protezione e benedizione, rispose che preferiva rimanere con la sua gente, per condividerne il destino, nel bene e nel male.

Quando una persona è spirituale, di qualsiasi religione sia, quando è guidata cioè nelle sue scelte da un amore capace di disinteresse, nascono questi “capolavori” di uomini e donne.
Capolavori che poi diventano colonne che sorreggono la speranza di chi cerca speranza.
E sono luce per orientarsi nelle tenebre così fitte.

A questo proposito vi consiglio la lettura del seguente articolo:
http://www.vinonuovo.it/index.php?l=it&art=2366

giovedì 9 giugno 2016

Ramadan in carcere

Anche nel carcere alcuni detenuti musulmani hanno chiesto di avere il calendario dettagliato dei giorni del Ramadan per attuarlo con cura e "precisione".
In un ambiente come questo è facile lasciarsi andare e cercare piccole gratificazioni per sostenere la fatica della detenzione. L'ultima cosa a cui si pensa è privarsi di qualcosa visto che già si è privati di tanto, in primis della libertà.
Mi colpisce quindi positivamente questo desiderio di fedeltà ad uno dei pilastri della religione islamica.
A questo proposito vi invito a leggere quanto detto dal nuovo sindaco musulmano di Londra:

http://sperarepertutti.typepad.com/sperare_per_tutti/2016/06/il-ramadan-del-sindaco-di-londra.html#more

domenica 29 maggio 2016

Un "matto" in chiesa


SOLENNITÀ DEL CORPUS DOMINI

Giovedi scorso in giro per la città mi sono fermata a pregare un po' in una chiesa dove era esposto il Santissimo Sacramento.
Ad un certo punto entra in chiesa una persona con disturbi mentali e si mette a parlare, non a voce alta, con un sacerdote in preghiera che lo ascolta con attenzione.
Tempo pochi attimi i presenti cominciano subito a mostrarsi scocciati, a catalogare l'uomo come matto, a far capire che se ne doveva andare.
Il prete annusando il clima esce con il “matto”.
Alcune domande: davvero quando siamo in preghiera, o ci illudiamo di esserlo, non dobbiamo mai essere disturbati da nessuno? Davvero davanti a Gesù non c'è spazio per le parole di una persona che soffre? Siamo sicuri che chi da fastidio a noi dia anche fastidio a Dio?
Qualcuno dei presenti si sarà sicuramente sentito orgoglioso di aver difeso la sacralità del luogo, peccato che non abbia difeso la sacralità di un uomo, anch'egli figlio di Dio.

giovedì 31 dicembre 2015

Preghiera per iniziare l'anno

Prendo da un post del blog “Vino nuovo” una preghiera del cardinale statunitense John Dearden (1907-1988), che può aiutarci a cominciare questo nuovo anno con le giuste “dimensioni”:

«Ogni tanto ci aiuta il fare un passo indietro e vedere da lontano.
Il Regno non è solo oltre i nostri sforzi, è anche oltre le nostre visioni.
Nella nostra vita riusciamo a compiere solo una piccola parte
di quella meravigliosa impresa che è l'opera di Dio.

Niente di ciò che noi facciamo è completo.
Che è come dire che il Regno sta più in là di noi stessi.
Nessuna affermazione dice tutto quello che si può dire.
Nessuna preghiera esprime completamente la fede.

Nessun credo porta la perfezione.
Nessuna visita pastorale porta con sé tutte le soluzioni.
Nessun programma compie in pieno la missione della Chiesa.
Nessuna meta né obiettivo raggiunge la completezza.

Di questo si tratta: noi piantiamo semi che un giorno nasceranno.
Noi innaffiamo semi già piantati, sapendo che altri li custodiranno.
Mettiamo le basi di qualcosa che si svilupperà.
Mettiamo il lievito che moltiplicherà le nostre capacità.

Non possiamo fare tutto, però dà un senso di liberazione l'iniziarlo.
Ci dà la forza di fare qualcosa e di farlo bene.
Può rimanere incompleto, però è un inizio, il passo di un cammino.
Una opportunità perché la grazia di Dio entri e faccia il resto.

Può darsi che mai vedremo il suo compimento,
ma questa è la differenza tra il capomastro e il manovale.
Siamo manovali, non capomastri, servitori, non messia.
Noi siamo profeti di un futuro che non ci appartiene».